Omelia del Cardinale Lorenzo Baldisseri in occasione dell’inaugurazione dell’Anno accademico presso la sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

Mercoledì 15 novembre 2017

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baldisseri universita catolica

Sap 6,1-12; Sal 81; Lc 17,11-19

 

      Eccellenze, chiarissimi Professori, studenti, amici,

      «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17, 19).

      Sono parole di Gesù, che il vangelo di questa Liturgia eucaristica propone alla nostra riflessione, in particolare a coloro – insegnanti e studenti – che si accingono oggi a iniziare solennemente l’avventura e la fatica di un nuovo Anno accademico nella sede capitolina di questa prestigiosa Università Cattolica del Sacro Cuore.

      Desidero rivolgere un vivo ringraziamento al Magnifico Rettore, Professor Franco Anelli, e all’Assistente Ecclesiastico Generale, Sua Eccellenza Monsignor Claudio Giuliodori, per l’invito a presiedere questa Eucaristia. Saluto, inoltre, con deferenza le Autorità qui presenti, il corpo dei professori e dei docenti, il personale medico e paramedico, i collaboratori e gli ausiliari delle due Facoltà universitarie e del Policlinico “Agostino Gemelli”, nonché tutti gli studenti dell’Ateneo.

           Care studentesse e cari studenti,

      Venite da varie parti dell’Italia ed anche dall’estero. Vorrei dirvi che è un dono quello di formarvi in un centro universitario e in un polo ospedaliero di eccellenza, qual è quello in cui ci troviamo oggi. La fondazione della Cattolica, com’è noto, è avvenuta a Milano, quasi un secolo fa, per iniziativa di menti illuminate e generose: il professor Giuseppe Toniolo, mancato nel 1918, e padre Agostino Gemelli, che ne raccolse con determinazione l’eredità insieme a un gruppo di insigni studiosi cristiani. Da Milano, il progetto formativo dell’Università ha via via raggiunto altre città d’Italia, grazie all’apertura delle sedi accademiche di Brescia, Cremona, Piacenza e appunto Roma.

           È un’Università che già nel nome testimonia la sua costitutiva ispirazione cristiana. Essa ha visto la luce nel difficile periodo del primo dopoguerra. I suoi fondatori sono stati mossi dalla convinzione che sia possibile, e anzi necessaria, l’alleanza fra i valori del cattolicesimo da una parte e la scienza, l’arte e la cultura dall’altra.

      Questa eredità fondazionale, successivamente avvalorata da tanti prestigiosi nomi e insigni figure nella scienza e nel sapere umano, esige un impegno e uno sforzo a tutto campo da parte dei docenti, ma soprattutto da voi studenti che vorremmo appassionati e diligenti, da poter diventare domani, nella Chiesa e nella società, professionisti onesti e competenti, generosamente al servizio delle donne e degli uomini del nostro tempo.

      Come sapete, cari giovani, il Papa vi porta così tanto nel cuore che ha voluto dedicare a voi un Sinodo, che si celebrerà nell’ottobre prossimo. Il tema è il seguente: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». È volontà del Papa Francesco di coinvolgere tutti i giovani, nessuno escluso. Anche voi, universitari della Cattolica, siete invitati a partecipare a questo Sinodo, siete chiamati a prestare il vostro contributo, proprio a partire dall’osservatorio privilegiato di quest’Ateneo, che intrattiene da sempre un rapporto privilegiato con il Successore di Pietro.

      Passando alle letture bibliche, scorgiamo che i brani appena ascoltati offrono preziose indicazioni di riflessione per la vita di questa Università. Nella prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, troviamo un invito rivolto ai re della terra: un invito a ricordare che ogni autorità proviene da Dio, l’Altissimo, e che a lui bisogna rendere conto. Il potente, che dimentica gli ultimi e indulge a favoritismi, deve tenere a mente che il Signore provvede a tutti in eguale misura e giudicherà i dominatori con indagine inflessibile.

       Questo centro accademico ha l’ambizione e, in un certo senso, la vocazione di formare la classe dirigente di domani. Del resto, già molti ex-alunni della Cattolica sono stati chiamati a ricoprire importanti e delicati incarichi nella pubblica amministrazione e nell’imprenditoria, nel mondo della politica e nelle più svariate istituzioni. Questa vocazione deve interpellare tutti, docenti, ricercatori, ma soprattutto gli studenti universitari. Come vorrei che le attese della Chiesa e della società civile non fossero eluse. Oggi più che nel passato c’è bisogno di donne e di uomini competenti, disinteressati e coraggiosi, capaci di servire con dedizione la res publica.

       La crisi delle istituzioni, che è sotto i nostri occhi e alimenta ogni giorno la disaffezione, la sfiducia e la protesta, potrà forse essere superata solo con l’avvento di una nuova classe dirigente: nuova non soltanto dal punto di vista anagrafico, nuova soprattutto nella mentalità, nei valori e nelle aspirazioni. Anche il Documento Preparatorio della prossima Assemblea sinodale fa riferimento a questo, rilevando che i giovani di oggi, a differenza della generazione che li ha preceduti, guardano ormai con delusione e distacco alle istituzioni. Proprio le nuove generazioni, però, possono e devono diventare lievito di cambiamento. Così leggiamo in particolare:

      «È significativo che proprio i giovani – spesso rinchiusi nello stereotipo della passività e dell’inesperienza – propongano e pratichino alternative che mostrano come il mondo o la Chiesa potrebbero essere. Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire» (I, 3).

      Sempre la prima lettura ci parla di sapienza. Il Signore afferma infatti: «A voi, sovrani, sono dirette le mie parole, perché impariate la sapienza e non cadiate in errore». La sapienza, che nella successiva tradizione cristiana diventerà il primo dei doni dello Spirito Santo, è una virtù del cuore prima che della mente. La sapienza del cuore, paradossalmente, può abbondare nel povero e nell’analfabeta, e difettare nello scienziato e nel plurilaureato. Come dono divino, non si apprende sui banchi di scuola, né è frutto di erudite letture, ma richiede fede, umiltà, preghiera, silenzio, amore. La si acquisisce a contatto con Dio, che è il Sapiente per eccellenza, e a contatto con gli uomini, imparando a guardarli non per ciò che appaiono, ma per ciò che sono, non per come li considera il mondo, ma per come li considera Dio.

     Carissimi insegnanti e studenti, tutti dobbiamo costantemente metterci alla scuola della sapienza divina. Nel nostro tempo i professionisti sono sempre più numerosi, perché gli studi superiori diventano fortunatamente accessibili a un numero sempre più elevato di soggetti. Sempre di meno, invece, appaiono i sapienti. È una constatazione che anche Papa Francesco fa sua nell’enciclica Laudato si’, collegandola alla pervasività delle nuove tecnologie digitali:

«[I media e il mondo digitale], quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. Questo ci richiede uno sforzo affinché tali mezzi si traducano in un nuovo sviluppo culturale dell’umanità e non in un deterioramento della sua ricchezza più profonda. La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale» (n. 47).

      Carissimi giovani, negli anni entusiasmanti della vostra formazione accademica, anni pieni di sogni e di speranze, investite sulla sapienza del cuore non meno che sull’impegno intellettuale. Alimentate la sapienza alle sorgenti della preghiera, della liturgia, del dialogo schietto e del confronto leale, anche con chi la pensa diversamente da voi. Rivolgetevi con fiducia ai vostri cappellani e ai vostri professori, chiedendo agli adulti di esservi da guida ed esempio.

      Anche il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato ci offre alcuni autorevoli spunti di riflessione. È il racconto della guarigione di dieci lebbrosi, che Gesù incontra mentre, incamminato verso Gerusalemme, attraversa la Samaria e la Galilea. Soltanto uno di loro, un Samaritano, cioè uno straniero e un avversario politico e religioso, tornerà a rendergli grazie dopo l’avvenuto miracolo.

      I lebbrosi, fermatisi a distanza da Gesù perché impuri secondo la legge giudaica, gridano a lui per farsi sentire: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Maestro è un titolo cristologico che ricorre circa cinquanta volte nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente all’interno dei Vangeli. Si trova sulla bocca dei discepoli, delle folle, dei farisei e dei dottori della legge. Tutti costoro riconoscono in Gesù di Nazareth la presenza di un magistero autorevole, ben superiore a quello degli scribi. Gesù è un maestro perché non insegna con toni libreschi, né fa inutile sfoggio di erudizione: egli spiega la vita e le sue esperienze fondamentali, dischiudendo agli orecchi dei suoi uditori il mistero di Dio e al tempo stesso il mistero dell’uomo.

      Mi sembra che qui si trovi un invito rivolto anzitutto a chi, nella scuola e nell’università, è chiamato alla missione difficile ma essenziale dell’insegnamento. Tutti dovremmo ricordare che non si può essere bravi professori se non si è prima buoni maestri. Nessuno può insegnare bene una qualsiasi disciplina, senza impegnarsi a trasmettere con l’esempio i valori umani e cristiani, che precedono le specializzazioni del sapere e sono alla base della vera sapienza. Anche qui, alla Cattolica, c’è bisogno di veri maestri, sul modello di Gesù maestro dell’umanità: maestri di rispetto reciproco, pacifica convivenza, spirito di sacrificio, passione per la verità, coraggio profetico, carità fattiva. È questo il magistero di cui i nostri giovani, spesso confusi dai messaggi illusori della società, hanno soprattutto bisogno.

      Carissimi, siamo all’inizio di un nuovo anno accademico. Desidero invocare su tutti voi – Autorità accademiche, Professori e Docenti, Medici e Paramedici, Personale e Assistenti, Studentesse e Studenti di questa sede dell’Università Cattolica – l’abbondanza delle benedizioni divine, perché il Signore Gesù, di cui voi venerate in special modo il Sacro Cuore, vi aiuti a essere nella Chiesa e nel mondo testimoni del Vangelo incarnato nelle pieghe dell’umano per il bene della società.

Così sia!

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(foto: farodiroma.it)